La giostra com'era



L'umanista Ercole Ciofano, nella sua "Descriptio Sulmonis" del 1578, ci dà notizia di una Giostra Cavalleresca, che definisce "bellissima", che si teneva due volte l'anno, ossia il 25 Marzo, festa dell'Annunciazione, ed il 15 Agosto, nella ricorrenza dell'Assunzione, epoche in cui a Sulmona si svolgevano anche importanti fiere. La Giostra, precisa il Ciofano, si svolgeva "in foro, quod satis latum, satisque pulchrum est", cioè nella attuale Piazza Garibaldi, definita "abbastanza estesa e abbastanza bella", allora chiamata la "pescaria" o Piazza Maggiore. La Giostra, che fondeva motivazioni religiose ed origini cavalleresche, ed era corsa da cittadini nobili e da cavalieri sulmonesi e forestieri (fra gli organizzatori ed i partecipanti figurano le famiglie De Capite, Tabassi, Mazara, Sardi, Sanità), pur vantando origini antichissime, non è attestata con certezza prima del 1475, mentre l'ultima testimonianza attendibile data al 1643. Il periodo meglio documentato è quello del tardo Cinquecento, a cui risale il volumetto dei "Capitoli" di Cornelio Sardi, dove sono codificate le regole della Giostra: il torneo si svolgeva nell'arco di due giorni, dall'alba al tramonto, e consisteva in due serie di tre assalti alla lancia (tre "botte") portati consecutivamente dal cavaliere in gara, che proveniva dai "tre archi" dell'attuale acquedotto, contro il cosiddetto "mantenitore", un altro cavaliere, anch'egli a cavallo, coperto di armatura e dotato di lancia, che attendeva la carica da fermo, seminascosto da uno steccato che divideva il campo di gara in due corsie, una per il Cavaliere, l'altra per il mantenitore. Questi poteva difendersi dagli attacchi con la propria lancia, ferire o disarcionare il concorrente che, a sua volta, poteva colpire il mantenitore al capo, alla parte superiore del busto o alla mano armata, unici bersagli utili per conseguire il punteggio, differenziato e ben stabilito nelle regole del torneo. Al vincitore andava in premio un Palio, cioè un drappo di stoffa preziosa, almeno fino al Cinquecento; più tardi, il premio fu rappresentato da una catena e da una medaglia d'oro, con su impressa la sigla S.M.P.E., raffigurata già allora sullo stemma cittadino.